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Cultura, spettacoli enogastronomia
Omaggio
a Paolo Patelli
e Toni Benetton

Lavorare sugli elementi, le modalità, l’innovazione, la storia, l’intero universo della pittura, cercando di trasferirvi all’interno la vita, in un processo di continua, reciproca osmosi, tentando di eliminare ogni ostacolo, ogni impedimento, ogni impoverimento o perdita di sensibilità e di potenzialità comunicative: questo lo spontaneo imperativo, in primo luogo morale, che guida l’impegno pittorico di Patelli. Persino il modo di appoggiare i pigmenti sulla superficie diverrà più sciolto e aereo, forse anche sull’onda di una riaffiorante memoria pollockiana. Lo spruzzo, il gocciolio cromatico che ne consegue, lungi dall’ispessirsi, dal proporsi quale immediata testimonianza materia della continuità della danza gestuale attraverso la quale il grande demiurgo americano cercava il proprio equilibrio e il proprio ordine nell’immersione panica nell’universo, nell’europeo Patelli andrà infatti acquistando significative trasparenze, in grado di alludere, come in un moltiplicarsi di leggerissime sfere magiche, a imprevedibili profondità virtuali, enucleando flagranti microcosmi, vere e proprie autonome monadi, elementi costitutivi di tutto l’universo, ricche di cristallina energia.
Patelli sembra così silenziosamente suggerirci che non serve imporre nulla, che basta un cenno, una traccia, l’aurorale freschezza della rugiada, la limpida diafana chiarezza di una goccia d’acqua, a dire e a permeare di nuovi sensi l’intero mondo.
….. “L’immagine della mia pittura (ha spiegato Patelli in una lettura al Dipartimento di Storia dell’Arte dell’Università di Venezia) è come se qualcosa mi possedesse e io scrivessi una lettera che non so a chi sia diretta”.

Dino Marangon

beneton

 


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